Letteratura e patriarcato

Sfoglio Kafka e sospiro, leggo Brontë e sbuffo, prendo Omero e scuoto la testa: Josef.K molesta Fräulein, Linton manipola Catherine, tutti oggettificano tutte. Le eroine dei più bei romanzi si angosciano per un buon matrimonio, o almeno un matrimonio qualunque e un figlio maschio. Tra le donne dei poemi abbondano schiave e mogli sottomesse, oppure esseri infidi e immorali. Una volta che impari a conoscere il patriarcato, le sue manifestazioni, i suoi nascondigli, leggere i classici della letteratura può diventare una tortura, tante sono le ingiustizie e i pregiudizi, riportati o sottintesi, contro le donne. 

Non è che sia sempre stato così. Siamo andati a scuola e l’insegnante ci ha raccontato di come Achille abbia avuto una schiava e di come Agamennone gliel’abbia rubata, offendendolo e provocando la sua incontenibile ira. All’inizio siamo rimasti interdetti: un eroe poteva avere una schiava? Il problema era davvero aver offeso Achille? Del dramma di lei non si parlava? Ma non abbiamo avuto né modo di discutere, né tempo di processare. Quel bizzarro modello di rapporto tra i sessi è passato indisturbato: la donna come proprietà, l’uomo che ne dispone. È entrato nella coscienza come un rapporto antico, senza nome, appropriato nel suo contesto.

Ma i tempi sono cambiati: non siamo mai stati così capaci – e così propensi – a dare un nome a quello che il patriarcato fa. E dare un nome significa scovare e inchiodare i fenomeni, come farfalle nella teca di un museo. La Lettera scarlatta? Doppio standard di genere. Il mito di Medusa? Victim blaming. L’Otello? Femminicidio. Ingiustizie magnificamente descritte, ma presentate come sventure, scherzi del destino o punizioni appropriate. Ora che le mettiamo a fuoco ci appaiono tutte insieme come uno sciame di falene spettrali che infesta la grande letteratura. Sono troppe, troppo moleste e troppo attuali per essere accettate come ‘appropriate nel contesto’. Perché questa nostra nuova sensibilità è un sensore potente, in grado di rilevare gli abusi più sottili e subdoli del presente. Ma aprendo un classico concediamo al suo autore di occupare la nostra mente con i suoi pensieri, con i valori della sua epoca. E in qualche modo realmente viviamo il suo contesto come lui lo viveva, senza filtri. Così può accadere che il nostro sensore moderno, tarato sul presente, urli e lampeggi, attivando un senso di rifiuto, fastidio e nausea.

Del resto ogni volta che si prende coscienza delle iniquità che fino a ieri sembravano normali, si guarda indietro e ci si vergogna di quello che è stato. La prima tentazione è quella di bruciare le icone del passato, o almeno nasconderle: rimuovere ogni traccia di quello che siamo stati come si rimuove un trauma che non si riesce a processare. È la tentazione di tutte le rivoluzioni: travolgere tutto, non conservare niente.

Come evitare allora che questo cambio di sensibilità, questa rivoluzione morale travolga anche la grande letteratura? Come evitare che essa venga, come sta accadendo alle fiabe, sfigurata, censurata o rinnegata?

La chiave a mio avviso risiede nella letteratura stessa: arcobaleno di sogni ed errori umani, reso palpabile e materializzato sulla carta. La grande letteratura racchiude non solo degli esemplari, ma l’intera tassonomia del rapporto tra i sessi, in cui nessuna disparità, nessuna iniquità è stata omessa o trattata sommariamente. Sono tutte lì, sulla carta, descritte con la sottigliezza che solo ai grandi autori è concessa.

E allora cogliamo l’occasione e osserviamole queste farfalle, queste ingiustizie di carta. Ora che le abbiamo nominate e fissate nella teca, avviciniamoci. Guardiamo senza timore la loro mostruosità, la loro complessità, le loro forme varie. Infine compariamole con quelle presenti e vive.    

Cara lettrice, caro lettore, spero che la lezione sul primo canto dell’Iliade non passi mai di moda e rimanga stabilmente nel programma delle scuole medie; che gli insegnanti, anziché sorvolare sulle parti più controverse, colgano l’occasione per approfondire i rapporti di potere tra i sessi; che gli studenti abbiano modo di comprendere e riconoscere i vecchi modelli che ancora strisciano nella società attuale ed emergono con tutta la loro ripugnanza negli eventi di cronaca.

Spero allo stesso modo che l’Otello venga letto e rappresentato ancora e più che in passato e non solo perché è un capolavoro. Ma anche perché Shakespeare descrive con perizia da entomologo come l’insicurezza possa evolvere in rabbia e poi in violenza; e dimostra che angelicare una donna non è che il primo passo per demonizzarla.

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