Si dice spesso che viviamo in un’ epoca in cui non si può più dire niente. Mi trovo d’accordo con Guia Soncini quando dice che, al contrario, «si può dire qualunque enormità, insensatezza, […] e nessuno mai ti fa una pernacchia». In verità le pernacchie esistono ancora, ma la loro presenza è quasi del tutto offuscata dalla reazione dominante che si registra di fronte a tutto ciò che è ridicolo o privo di senso: l’indignazione.
Ondate di indignazione si ergono innanzitutto dal web e si infrangono sul Personaggio di turno, inzuppandolo di sdegno. Un disprezzo compiaciuto che gli si raccoglie attorno per un po’, per elevarsi di nuovo in compatti muri di risentimento rivolti in senso opposto. Flutti di indignazione si succedono uguali e contrari, si alimentano a vicenda. E a vicenda si esauriscono.
Tornata la calma il Personaggio risplende, lavato e rinvigorito dalla burrasca. Le opinioni contrapposte sono più nette di prima. Tanto i sostenitori quanto gli oppositori hanno accresciuto il potere del Personaggio, che è prima di tutto il potere di suscitare reazioni.
Di solito a questo punto si dà la colpa ai social. Cara lettrice, caro lettore, lo farò anch’io.
I loro algoritmi di selezione dei contenuti privilegiano quelli che generano più reazioni, a dispetto di tutto il resto. Così, nel tempo, i Personaggi hanno imparato a preferire le posizioni più divisive per poter dominare il dibattito con i loro temi.
Potreste pensare: un po’ di battibecco non ha mai fatto male a nessuno. Ed è questo il punto: nonostante l’asprezza dei toni, l’indignazione ritualizzata non fa male proprio a nessuno, lascia tutto esattamente com’è. Per questo invoco anch’io le pernacchie e aspetto la seconda venuta del senso del ridicolo.
Il perduto senso del ridicolo che renderebbe impossibile qualunque tipo di estremismo, perché estremista è colui che non ride mai delle proprie ideologie e di chi le predica.
C’è una frase di Hannah Arendt a cui penso spesso ultimamente: «authority disappears when it is laughed at». Il potere, dalle forme più tenui a quelle più odiose, ha sempre temuto il ridicolo più di ogni altra cosa. Ma questa epoca sembra esserne immune.
Quella sensibilità che rileva l’esagerazione, l’assurdità, la vanagloria è così sollecitata che non risponde più agli stimoli. È così debole ormai che molti Personaggi al potere non la temono più: si lasciano andare ad autocelebrazioni retoriche e dichiarazioni incongruenti, sicuri di quello che susciteranno: ammirazione in alcuni, scandalo negli altri. Ma in tutti il bisogno di essere nel giusto e l’urgenza di farlo sapere. E più il contenuto sarà esagerato, assurdo e vanaglorioso, più verrà preso sul serio e diligentemente condiviso. Prevarrà ancora una volta il più serio dei sentimenti: l’indignazione.
Cara lettrice, caro lettore, tutte le mode passano, passerà anche la moda di indignarsi. Verrà il giorno in cui, quando sfilerà il re e qualcuno dirà che è nudo, nessuno si scandalizzerà per l’indecenza della corona; nessuno griderà al tradimento del sarto e nessuno sentirà il bisogno di dire che è vestito. Solo alzeremo lo sguardo sul re e inizieremo a ridere. Sarà un’unica, scomposta, irriverente risata.
