Nel parco più grande del mio quartiere i bambini scivolano lungo una piccola discesa fangosa, imbrattandosi i pantaloni, urlandosi indicazioni prima, trattenendo il fiato durante e correndo soddisfatti dopo, uno di seguito all’altro, a turno, e di nuovo ripartendo dal primo. Una bambina li riconosce e li saluta, approva la trovata, valuta la discesa. Ha un vestitino chiaro, niente calze. Si sporcherebbe, si scoprirebbe tutta e si graffierebbe. Si avvicina, inclina la testa, cerca il modo.
Fisso la bambina che studia il pendìo, maledico in silenzio il patriarcato: ecco, e ora come fa? Un’avventura in meno, un’esperienza in meno. Gonne senza senso, le bambine devono giocare. Insomma una tuta, datele una tuta. Sospiro mi arrabbio scuoto la testa: siamo ancora a questo punto.
Quando la bambina torna indietro ma guardando avanti, solo una breve rincorsa prima di iniziare a danzare rapidissima giù per la discesa, il cotone chiaro che svolazza, le braccia allargate da equilibrista, ma anche in su e in giù al ritmo delle gambe. Non mi stupirebbe se, raggiunto il prato, spiccasse il volo con un ultimo scatto degli arti.
Invece raggiunge il prato allungando e appesantendo il passo, si volta a guardare la salita per controllare che sia vero, il vestito intonso. Ha sorriso per tutto il tempo. Io passo dall’amarezza alla tensione allo sconcerto e capisco che questo episodio rappresenta un grande insegnamento. Solo che a distanza di anni non l’ho ancora capito.
Forse semplicemente che la grazia, proprio come l’intelligenza, sta bene su tutto. Forse che nel cammino verso la parità, come in un trasloco di massa, sta ad ognuno di noi scegliere cosa portare e cosa lasciare dei vecchi ruoli. Che il punto non è il ruolo vecchio o nuovo, ma la scelta. Che magari è per questo che le donne potenti indossano giacchette sgargianti nelle foto di gruppo, e non tailleur grigi mimetici, come farei io.
Da quando ho letto Dalla parte delle bambine, classico sempre attuale di Elena Gianini Belotti, sento la responsabilità di proteggere i più piccoli dai danni della discriminazione di genere. Si tratta di prestare speciale attenzione alle parole, alle consuetudini, ai giochi e ai giocattoli, alle possibilità che si garantiscono o si precludono. Ma a volte ho il sospetto di essere come un giardiniere che ha preparato un’aiuola recintata, selezionato i semi migliori, estirpato e maledetto le erbacce, innaffiato e aspettato. Per poi veder nascere nuovi e bellissimi fiori dalle crepe dell’asfalto e chiedersi cosa sia in fondo, un giardiniere.
Come ho potuto pensare di poter insegnare il futuro a qualcuno nato dopo di me? Mi chiedo se la fiducia nel progresso e nelle nuove generazioni non significhi tanto proporsi come mentore, ma come seguace. Non tanto dare: la nostra visione, il nostro progetto, quanto accogliere e ascoltare: la loro visione, i loro progetti. In fondo è nelle loro coscienze, non nelle nostre che l’avvenire, avverrà.
Perciò caro lettore, cara lettrice, in occasione della festa della donna, dedico l’editoriale di marzo a tutte le bambine: lettrici curiose e arrampicatrici senza regole, cacciatrici di sogni e scienziate della fantasia. Con l’ augurio che scoprano presto quello di cui hanno bisogno, possibilmente prima che glielo diciamo noi.
