Seduta di psicoterapia, interno.
Donna sul lettino: – Ho sognato che uno sconosciuto guardava nei miei incubi e carpiva i miei segreti più nascosti.
Strizzacervelli: – Era legata?
Donna sul lettino: – Lo pagavo per farlo.
Se facessi fumetti, questa sarebbe la mia prima vignetta.
Appartengo a quella schiera di persone che incontra periodicamente qualcuno per metterlo a parte dei lati più oscuri della propria mente. Non un’ amica, una sorella o un’amante, ma una completa sconosciuta che deve a tutti i costi rimanere tale. Quando indico la luna, lei guarda il dito, e del mio indicare le interessa la postura delle falangi, se la mano è ferma o trema, se il gesto esprime spavento, meraviglia o angoscia. Ascolta con pazienza tutte le mie lamentele, ma schiva la richiesta implicita di risolvere il mio cruccio quotidiano, un mero punto di partenza per la sua vera missione: andare a caccia di uno spiraglio aperto sul doppio fondo della mia psiche, scandagliando il fondale delle parole che uso. Terapia della mente, per mezzo delle parole: coincidenze apparenti, trame di sogni, libere associazioni sono i vocaboli del nostro inconscio muto.
Lo ammetto: quei cinquanta minuti di scavi e rinvenimenti costano più di qualunque corso, sicuramente più di un’ora di reformer, di cui pure avrei bisogno. Ma al termine della seduta, se è stata una buona seduta, mi sento scossa e come liberata da un peso. Una vecchia cantina è stata riaperta. L’entrata liberata dalle ragnatele, la chiave inserita senza sforzo, la porta spalancata e mille pipistrelli volati via lasciando la stanza vuota. Vecchie ombre smettono di importunarmi nel preciso momento in cui mi accorgo che esistono, che erano parte attiva di quel turbamento vago, sordo, di sottofondo.
Spesso me ne vado dallo studio con una rivelazione. Una semplice, piccola verità su di me, sul mondo, su come credevo che fosse. E invece non è. La frase in sé è banale, ma il percorso che mi ha portato ad essa la rende finalmente autentica, significativa. Vera.
Come condividere allora la mia meraviglia? Chiunque sarebbe in grado di dire: ‘la perfezione non esiste’ o ‘dovresti fare quello che ti piace’. Quante volte mi sono sentita dire: ‘se me l’avessi chiesto, te l’avrei detto io gratis’. Con questo genere di scambi, penso di aver contribuito non poco a diffondere la tesi di Woody Allen per cui “la psicanalisi è un mito tenuto vivo dall’industria dei divani”.
Probabilmente alcune esperienze sono inesprimibili. Succede lo stesso quando ci innamoriamo: il nome della persona amata si riempie di significato, di emozione, di desiderio. Ma quando lo pronunciamo gli altri sentono lo stesso vecchio nome, magari quello del compagno di scuola che metteva le dita nel naso.
In fondo l’unico difetto della teoria psicanalitica è il motivo per cui esiste: il fatto che l’inconscio non si vede. E come non comprendere la diffidenza verso un’ entità invisibile, che rischia di essere solo un’ altra nuvola dietro cui nascondere le ragioni che non troviamo? Quanto ai risvolti pratici, molti sospettano che le conquiste del divano e del lettino siano possibili solo se esiste una grande compatibilità tra paziente e psicoterapeuta, ovvero una grande fortuna.
È possibile anche un approccio più laico rispetto alle teorie psicanalitiche, ma che riconosce l’importanza della riflessione quotidiana e del percorso di conoscenza di noi stessi e della nostra mente. Come insegnano i libri per bambini sull’educazione emotiva, bisogna sempre ‘dare un nome alle proprie emozioni’. Come dice la mia app per meditare, bisogna di tanto in tanto ‘prendere coscienza del flusso dei propri pensieri’. Credo ci sia solo da guadagnare da questi tipi di auto-analisi.
E ora veniamo al mio nuovo filosofo preferito: Bertrand Russell e alla sua Conquista della felicità. Questo pensatore, matematico, attivista, premio Nobel per la letteratura ha scritto quello che considero il manuale di auto-aiuto definitivo, sotto forma di saggio filosofico. Non immaginatevi una teoria inapplicabile, ma una tecnica. Immaginatevi il libro che avreste voluto ricevere molti anni fa, non appena avevate la possibilità di capirlo.
Io l’ho ricevuto lo scorso mese, per caso. Nella libreria di qualcun altro si nascondeva un’edizione del 79: la rilegatura friabile e le pagine che si scollavano quando le giravo. Nel libro, a loro volta, si nascondevano considerazioni sul benessere personale di un’attualità sconcertante, che credevo scoperte recenti della psicologia, delle neuroscienze, della pedagogia. E a fondamento di queste considerazioni ho potuto scorgere un pensiero laico, alimentato da un’ acuta osservazione, percorso da uno schietto buon senso, libero da dogmi, strutturato dall’impeccabile raziocinio del logico.
Se lo leggerete, perdonate l’autore, un nobile inglese nato alla fine dell’800, quando troverete anche tracce di un certo classismo, di un inconsapevole androcentrismo e di alcuni temi passati e distanti. Nonostante questi elementi la Conquista della felicità resta un testo progressista, liberatorio, innamorato dell’umanità, che spiega come prendere il meglio dalla vita.
Cosa pensa dunque Bertrand Russell della psicoterapia? Ne riconosce il valore, prende atto della realtà dell’inconscio e della sua capacità di tormentarci, scrive che non sempre è necessario ricorrere ad un esperto. Quello che è sempre necessario è non fuggire dai pensieri, dalle angosce, dai sensi di colpa che ci tormentano, e dedicare loro il tempo necessario a prenderne coscienza e a metterli pazientemente in discussione. Per il resto raccomanda di condurre una vita proiettata all’esterno. “Il segreto della felicità è questo: fate in modo che i vostri interessi siano il più possibile numerosi e che le vostre reazioni alle cose e alle persone che vi interessano siano il più possibile cordiali anziché ostili.”
Caro lettore, cara lettrice, sarà per questo che è così bello leggere di tutto, e poi incontrarsi per condividere quello che si è letto?
