Come sopravvivere alla vita d’ufficio

Gennaio porta con sé il rientro a lavoro dopo un breve periodo di vacanza. Per chi come me lavora in ufficio, questo significa tornare ad indossare, per la maggior parte del tempo, i panni dell’impiegato. Passare da essere un nodo, collegato ma mobile, della propria rete sociale, ad occupare un punto fisso dell’organigramma aziendale. Aggiungere alle occupazioni più o meno libere della vita privata l’intera agenda degli impegni lavorativi, che competono per la nostra attenzione, ciascuno con la sua importanza e urgenza. Come sopravvivere a tutto questo?

La prima volta che misi piede in azienda non ero adeguatamente preparata all’impatto. Durante i lunghi anni di studio a nessuno – me compresa, era venuto in mente che l’ambiente principale che avrei frequentato nei decenni a venire esigesse un qualche tipo di preparazione, di impostazione dell’atteggiamento, di riferimento culturale. Lo shock fu immediato, e sarebbe stato ancora più intenso non fosse stato per le parodie di Paolo Villaggio. Passate e ripassate in tv durante l’infanzia, ogni volta con minore ascendente comico, avevano smascherato per sempre la grande farsa della gerarchia aziendale, semplicemente portandola all’estremo. Rappresentavano ora le uniche armi che avevo per interpretare quel nuovo mondo, sconosciuto e spaventoso, e resistervi.

Grazie a loro potevo almeno riconoscere e guardare con distacco le pose dell’Impiegato e del Superiore. La corsa al cartellino nel tentativo di lavorare il meno possibile; l’affanno di prevalere, o almeno sopravvivere, nelle dinamiche di gruppo; i tentativi di ingraziarsi il capo da un lato, di inculcare l’amore per l’azienda dall’altro. Sforzi disperati, ridicoli e immancabilmente vani. Ma mentre nell’universo fantozziano i ruoli erano stabiliti e, per quanto miserevoli, perlopiù accettati, il mio ruolo era ancora da costruire, e dovevo farlo io. Ma da dove iniziare?

In quel periodo iniziai a guardare Downton Abbey, la serie televisiva. Inaspettatamente, nella nobiltà inglese di inizio Novecento ritrovavo la stessa conformità a bizzarre regole sociali, lo stesso attaccamento ai rituali, la stessa affettazione verso i superiori. Perfino la stessa scomodità dei vestiti e il dovere morale di esibirne sempre di nuovi. Capivo o mi sembrava di capire, che la chiave della sopravvivenza in un ambiente formale era proprio l’arte di non essere mai se stessi, ma con stile. Mi ritaglia così una particina da instancabile stagista-robot, i costumi ispirati vagamente ad Ally McBeal, prima stagione. Ovviamente non funzionò. Il mio ruolo mi procurò molti e variegati disagi e mi rese insopportabile ai colleghi. Ma almeno avevo trovato una metafora di quello che stavo vivendo e uno straccio di strategia di adattamento. E questo mi fu di grande conforto.

Con l’ingresso in una nuova azienda, avendo già fatto tutti gli errori possibili, la situazione sociale migliorò. L’enorme quantità di tempo che dedicavo al lavoro, invece, restò invariata. Dopo un anno ininterrotto di straordinari di cui non tenevo neppure il conto, capii che quest’abitudine non costituiva propriamente un atto di eroismo. Dovetti scomodare, per capirlo, nientemeno che Karl Marx, attraverso il “Compendio al Capitale” di Cafiero, trovato per caso a casa di qualcuno e preso in prestito. A quanto pare il tempo in cui non riposavo e non recuperavo le energie non l’avrei avuto indietro in alcuno modo e, seppur retribuito, era comunque sottratto per sempre al tempo della vita, a scapito del mio benessere.

Cominciai a lavorare meno, ma il lavoro continuava ad occupare i miei pensieri: avevo la sensazione di essere sempre un passo indietro. Cercavo di gestire meglio il tempo, di migliorare, di crederci di più, di fare l’impossibile, per essere finalmente all’altezza delle richieste. Solo dopo anni, grazie a Galimberti e al suo “I miti del nostro tempo””, ebbi gli strumenti per mettere in discussione l’infallibilità dei miei capi e la sacralità del concetto di efficienza. Realizzai che lo sforzo di adattarsi all’ambiente aziendale era uno sforzo generalizzato, il sintomo di una malattia collettiva. Riconobbi che credere di poter fare l’impossibile non è motivazione, ma follia.

Negli anni a seguire continuai a trovare nei romanzi e nei saggi che leggevo dei nuovi, sorprendenti modi di interpretare il mondo lavorativo e il mio ruolo in quel mondo. Per restituirgli la giusta dimensione, capovolgendo la prospettiva. Ogni volta per caso, ogni volta come un’epifania. Esperienze come queste hanno cementato la mia fiducia nel potere trasformativo delle storie e nella saggezza nascosta tra le pagine dei libri.

Caro lettore, cara lettrice, per il nuovo anno ti auguro letture significative: racconti e saggi capaci di illuminare magicamente le parti più indecifrabili della vita, offrendo metafore inaspettate, punti di vista acuti o semplicemente l’ironia necessaria a guardare i nostri piccoli problemi con il giusto distacco. Compreso il rientro dalle vacanze.

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